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II. L'Essere secondo Heidegger
La concezione dell’essere proposta da
Heidegger riveste una particolare importanza, in quanto essa ha
improntato di sé tutto il dibattito su questo tema condotto dalla
filosofia del nostro secolo.
Heidegger contrappone la sua concezione
metafisica imperniata sull’essere in generale a quella prevalente
fondata sulla distinzione tra essere ed ente e si chiede se “è questa
distinzione che ha il proprio fondamento nella natura dell’uomo”, come
voleva Kant, o se è “la natura dell’uomo che si fonda su questa
distinzione”. Infatti, poiché a partire da Cartesio solo la ragione può
rappresentarsi una simile distinzione, e, poiché tutta la filosofia
precedente, e non solo quella moderna, ha riconosciuto nella razionalità
l’essenza dell’uomo, ne discende che questa distinzione metafisica non
fa altro che giustificare la “soggettività” dell’uomo[2].
In particolare, per Leibniz, l’unità
dell’essere, ovvero la ragion sufficiente dell’essere in generale, può
ritrovarsi solo in un principio di identità, che in realtà è ricalcato
sulla individuità della sostanza. L’essere sorge già dalla individuità
della cosa, perciò per Leibniz essere e vero essere coincidono, ma,
nello stesso tempo, proprio perché l’individuità rimanda subito
all’essere e alla sostanza, la verità non può che risultare
trascendentale. In quanto verità, tale trascendendalità viene colta
dalla ragione dell’uomo. In tal modo, si afferma la centralità
dell’uomo, in quanto soggettività e in quanto razionalità. A questa
ragion sufficiente e a questa trascendendalità Heidegger ne contrappone
altre e dice che l’autentica ragion sufficiente è data dalla libertà,
non dalla razionalità. Inoltre, il dis-velamento si attua non conoscendo
ma stando emotivamente nel mondo e progettandolo, cioè “slanciandosi in
avanti”.
L’unità dell’essere è già anticipata dalla costituzione
dell’Esserci, il quale “è coinvolto nell’ente in modo tale che,
facendone parte, è accordato ad esso”. Ontologicamente questa
possibilità dell’Esserci viene assicurata dalla “Cura”, a partire dalla
quale si concretizza una prima comprensione dell’essere, completamente
diversa, però, dal conoscere teoretico[3].
La “Cura”, infatti, predispone ad una
condizione estatica che supera la duplicità di un dentro e di un fuori,
o, se si vuole, di un soggetto e di un oggetto, e, pertanto, si può
acquisire al di là del “punto di vista della “soggettività” e della
“sostanza”, così come sono concepite dal pensiero[4].
Dunque, Heidegger vuole superare l’artificiosa distinzione tra
essere ed ente, ma, si badi bene, con ciò non intende occultare la
contrapposizione tra essere ed onticità dell’ente. L’unità tra essere ed
ente è pensabile solo in quanto l’ente manifesta l’essere, mentre viene
esclusa qualsiasi considerazione scientifica dell’ente, il che significa
che si nega una piena autonomia all’ente preso singolarmente, dato che
questo viene subito situato ambientalmente, o riportato alla totalità
dell’ente.
L’ente situato e la totalità dell’ente anticipano e
manifestano l’essere in generale. La preclusione dell’autonomia
dell’ente particolare, però, pregiudica anche l’autonomia delle singole
relazioni tra le cose e le loro strutture determinate, poiché queste
ultime hanno senso solo se vengono collocate nella struttura più
complessiva della “cura” e della utilizzabilità globale, quali si
riscontrano nella temporalità lunga della continuità di vita. La stessa
singola emozione ha valore solo se coglie estaticamente questa totalità
di enti e di usi, e solo se unifica, di nuovo esteticamente, le
temporalità disperse. L’onticità dell’ente, in quanto tale, viene
equiparata ad una colpa, alla colpa originaria dell’esser gettati in un
mondo di semplici presenze e in una socialità dominata dalla chiacchiera
del “Si”. Perciò, l’atteggiamento autentico da assumere nei confronti
dell’ente così configurato non può che essere il “rifiuto”. Solo così
l’ente rivela la sua vera essenza che è quella del “nulla”, il quale non
è assimilabile al “niente”, perché non ignora l’ente ma lo “oltrepassa”
come “oggetto”, rendendolo atto a rivelare l’essere[5].
Annullare l’ente onticamente inteso, per valutarne la sua portata
esistenziale ed ontologica, questo è il programma di Heidegger. Ora,
vedremo che così come si privilegia una particolare dimensione
dell’ente, quella totalizzante, a scapito di un’altra, quella della sua
identificazione; allo stesso modo, si svaluterà sia la soggettività, sia
la socialità, intese nella loro specificità ed autonomia, per
prospettare una nuova categoria: quella della ipseità.
L’ipseità
rappresenta un “poter-esser-se-Stesso autentico” che si è liberato
dall’abbraccio asfissiante del “Si”. L’ipseità, dice Hiedegger, è una
trascendenza che oltrepassa qualcosa e si muove 'da’ qualcos’altro'.
A questo proposito, provvisoriamente, il filosofo tedesco ammette la
possibilità di utilizzare il termine “soggetto”, ma poi precisa che
forse è opportuno evitare tale denominazione, perché, in realtà, con la
ipseità non viene superato né l’oggetto soltanto, né la “relazione fra
soggetto e oggetto”. Questo non perché Heidegger escluda qualsiasi
rapporto tra i due fattori, ma perché questo rapporto è sempre situato
in una “visione ambientale preveggente”, che struttura la relazione,
intesa in senso stretto, in un contesto più ampio.
Ciò che viene
confutato, quindi, è la reciproca posizione autonoma del soggetto e
dell’oggetto all’interno di questa struttura più ampia. In particolare,
“ciò rispetto a cui” si verifica l’oltrepassamento è costituito dal
mondo, perché l’Ipseità deve superare, ad un tempo, il soggetto e l’ente
che egli non è, cioè “la natura”.
Lo sradicamento del soggetto è
completo proprio perché colpito nel suo fondamento, cioè nella
possibilità di riferirsi autonomamente e, quindi, secondo Heidegger,
prepotentemente rispetto al mondo.
Ma, inevitabilmente, colpendo “la
relazione fra soggetto e oggetto”, si colpisce anche l’autonomia del
mondo. Heidegger, a dire il vero, attua sì una distinzione tra uomo e
mondo, ma essa non diventa mai un riconoscimento della loro piena
autonomia. Anzi, il suo progetto è quello di annullare contestualmente
il soggetto ed il mondo, onticamente intesi. Se l’uomo, perciò, vuole
veramente “esser-fondamento”, deve attingere al suo fondamento, che è
quello della libertà. Per progettare bisogna esser liberi da se stessi e
dal mondo. L’Ipseità consiste appunto in questo “agire” su se stessi e
sul mondo per oltrepassarli entrambi[6].
Rimettere in discussione, quindi, la distinzione della metafisica
moderna fra ente ed essere significa reimpostare radicalmente il tema
della soggettività e del suo rapporto col mondo, per negare che già a
livello esistenziale possa sussistere una qualsiasi distinzione di ruoli
tra soggetto e oggetto.
Questa differenziazione, pertanto, ancor
meno potrà sussistere a livello metafisico, o, meglio, essa può
presentarsi nella forma di rapporto inscindibile tra uomo e totalità
dell’essere prima e dell’ente poi, solo dopo aver scoperto il
“fondamento dell’essenza dell’Esserci”, cioè la libertà colta in
trascendenza. La trascendenza introduce la differenza, perché
“comprendendo l’essere, si rapporta all’ente”[7].
Heidegger, dunque, suggerisce di ripartire
dall’unità dell’essere, annullando la sua moltiplicazione fenomenica, ma
questo significa voler progettare e progettarsi a partire da una
totalità assoluta, che, successivamente, si manifesterà a livello
fenomenico come totalità dell’ente storicamente noto. L’uomo, di fatto,
non può che smarrirsi di fronte a questo “abisso”, cioè di fronte a
questo scarto tra la sua particolarità e la totalità dell’essere prima e
dell’ente dopo. La differenziazione post-trascendentale tra essere ed
ente riguarda soprattutto due totalità.
Solo a livello esistenziale,
prima dell’illuminazione dell’essere, l’uomo si differenzia all’interno
dell’ente (qualcosa di ingannevole in tal senso avviene con le pretese
della conoscenza teorica). Ma, si badi bene, questa differenziazione non
porta mai ad una autonomia, bensì ad una individualità di carattere
emotivo determinata dall’angoscia, per cui il progettarsi vorrà dire
ritrovare la dimensione trascendente dell’essere unitario oltrepassante.
Come vedremo, tra esistenza e trascendenza
si instaura un circolo di rimandi reciproci, che, però, assumono solo un
aspetto formale e mai veramente sostanziale, cioè compiutamente
progettuale. Verifichiamo queste affermazioni, procedendo con ordine, a
partire dal ruolo dell’individuo. Per comodità d’esposizione
distingueremo tra individualità e soggettività, anche se Heidegger non
ha mai introdotto questa distinzione, e attribuiremo alla individualità
quel ruolo positivo, esistenziale, che il filosofo tedesco riconosce
esser necessario, mentre conserveremo l’accezione negativa heideggeriana
data al termine “soggettività”. Quando, infatti, Heidegger si riferisce
ad una “soggettività” che accoglie “l’oggettività” del richiamo,
sciogliendo subito il soggetto in questo richiamo esistenziale e
trascendentale, non fa altro che distinguere l’individualità
dell’Esserci, cioè una singolarità, dalla soggettività classicamente
intesa, e lo fa fondandola su una distinzione tra emotività estatica e
conoscenza teorica. Perciò, si può anche parlare di centralità dell’uomo
ma solo a condizione che venga “posto il problema della sua nullità
nell’insieme dell’ente”, dato che “l’estaticità dell’essenza”
dell’Esserci è incompatibile con qualsiasi “concezione
‘antropocentrica’”[8].
Heidegger parla anche di colpa originaria
dell’uomo, perché, se vi è un colpevole, questo non può ritrovarsi nel
mondo e negli oggetti presenti ma solo ed esclusivamente nell’uomo, ed,
in particolare, nell’uomo che si assoggetta al “Si”. L’individualità
dovrà rompere già a livello esistenziale con questa continuità con il
“Si”.
L’essere se stessi significa assumere una cura di sé che
fuoriesca dalle soluzioni deiettive in cui il “Si” ci ha gettato. Il
“se-stesso”, infatti, “è... per lo più, un se-stesso inautentico, un
Si-stesso”.
La comunità degli uomini, d’altronde, non può costituire
“il filo conduttore” dell’esistenza umana, dato che essa va riportata
entro una “totalità strutturale” più ampia, tale da ricomprendere
l’insieme del mondo. Perciò, il richiamo all’angoscia come forma
essenziale dell’apertura dell’Esserci non può che essere intesa come
richiamo alla individualità del “se-Stesso”. Heidegger, dice a tal
proposito, che occorre “semplificare” l’Esserci e non confondere o
mettere sullo stesso piano, perciò, l’angoscia con “la volontà, il
desiderio, la tendenza e l’impulso”[9].
Nulla da obiettare a questa impostazione
metodologica, purché questa semplificazione, preliminarmente necessaria,
costituisca il fondamento di una valorizzazione piena delle altre
facoltà ed un riconoscimento della loro autonomia. Inoltre, bisognerebbe
verificare se a questa semplificazione dell’Esserci non si accompagni
una semplificazione delle relazioni con la realtà esterna.
A questo
proposito, Heidegger contrappone l’intenzionalità alla consapevolezza di
sé, perché “l’esistenza non consiste nell’essere un Selbst, né viene
determinata da questo”; invece, “l’intenzionalità risulterà possibile
solo sul fondamento della trascendenza”, pur non coincidendo con
questa[10].
Perciò, quando Heidegger parla anche di coscienza e di volontà ne
circoscrive subito la portata. Infatti, chiedendosi in che senso
possiamo parlare di colpa, dice che essa risiede nella “nullità” del
progetto esistensivo, il quale esercita la libertà dell’uomo in maniera
limitata e limitante, riconducendola alla “scelta di una possibilità”
che esclude di per sé tutte le altre. Rispetto a questa colpa, il
“voler-aver-coscienza” non si riferisce a colpe particolari, ma alla
scelta operata, cioè all’aver scelto aprioristicamente e “senza
coscienza” di escludere altre possibilità.
Verso questo peccato non
si può che “lasciarsi agire” dal se-Stesso.
Solo in tal modo e solo
in tal senso ci possiamo ritenere “responsabili”.
La stessa volontà “non può essere intesa
come un volere determinato”, che si contrapponga “ad altri comportamenti
umani come la rappresentazione, il giudizio, la gioia”, dato che tutti i
comportamenti si radicano nella trascendenza. La volontà è volontà di
libertà, la quale soltanto “rende possibile l’imposizione e la
sopportazione di un’obbligazione determinata”. Si potrebbe dire che la
libertà è la “causa” della responsabilità dell’esistenza storica del
Se-stesso, ma, anche qui, bisogna escludere “un’interpretazione
particolare” del concetto di causa, per considerarla, invece, nel suo
carattere di fondamento. Quindi, non vi è originariamente colpa
determinata né colpa cosciente, ma solo una colpa che nasce dal
“con-esse(re) con gli Altri sul nullo fondamento del suo nullo
progettare”[11].
Noi scegliamo una sola possibilità (tra l’altro tra quelle
socialmente già prefigurate) perché la coscienza pubblica si comporta e
si è sempre comportata così, e ha, di conseguenza, indotto le singole
persone a fare altrettanto. Occorre, perciò, prendere coscienza rispetto
a questa mancanza di coscienza, ed il primo atto responsabile in tal
senso consiste nel liberarsi dalle costrizioni e dai conformismi del
“Si”.
Tuttavia, questa precondizione, che è certamente
indispensabile, a mio parere, resta perennemente indeterminata e,
perciò, difficilmente efficace. Anche quando sfocia nell’emotività,
questa decide di decidersi ma non su che cosa decidere.
Per Heidegger, la “Cura” riguarda l’Esserci
nella sua “totalità” e, pertanto, non può riferirsi a una “sintesi”
delle diverse facoltà, successiva ad una loro dialettica. La decisione
che ne scaturisce, secondo il filosofo tedesco, non è “indeterminata”,
ma neanche può esprimersi in un “rappresentarsi cognitivamente una
situazione”, dato che si è già “insediati in essa”, ragion per cui si
può dire che “in quanto deciso l’Esserci agisce già”, anche se il
termine “agire” è inopportuno.
Pertanto, l’affermazione secondo cui
“il decidersi è, in primo luogo l’aprente progettamento e la chiara
determinazione delle possibilità di volta in volta effettive” e non
soltanto come “assunzione passiva di possibilità offerte e
raccomandate”, va interpretata in riferimento alla situazione. Questa
sopravanza le “opportunità più prossime” offerte al “Si” e apre ad
appagatività proprie “delle circostanze nella loro concreta
effettività”.
Ma per quanto determinate siano le possibilità che si
aprono e per quanto effettive siano le circostanze, in realtà si tratta
solo di “accidenti” che “possono accadere” alla decisione. Accadono
agendo e stando nella situazione, per cui è vero che esse non sono
offerte, nel senso che siamo noi ad aprirci alla situazione e nel senso
che tale apertura dipende da una nostra decisione, però sono offerte
anche in un altro senso e cioè nel senso che si affacciano di per sé
nell’ambito della situazione aperta.
La determinazione della decisione
rappresenta, pertanto, un letterale superamento dell’indecisione del
“Si” “dominante”. La nostra decisione si chiude là dove si apre e là
dove apre, cioè viene illuminata da una situazione che ne porta così a
galla tutte le sue potenzialità, ma rispetto alla loro pratica
attuazione, alla selezione delle possibilità, alla scelta dei mezzi,
alla analisi dei risultati, alle eventuali correzioni di condotta, ai
comportamenti da assumere nei confronti degli altri, alla continuità da
dare a questi risultati; rispetto a tutto ciò, la decisione rinvia ad un
ulteriore agire, che a questo punto non può che essere automatico,
escludendo qualsiasi riesame razionale[12].
Cosicchè, l’agire, in primo luogo, fa accadere ed apre alla
situazione ed apre la situazione, anche se è questa che in ultima
analisi offre le concrete possibilità di agire. E, tuttavia, questo
agire fallisce nel suo intento progettuale, perché il vero progetto
risiede altrove, nella trascendenza dell’essere e nel suo fondamento.
L’agire, nella sua autenticità, non può che
rimandare a questo progetto più autentico e più totale di qualsiasi
altro progetto, ancorchè esistenziale. Allo stesso modo, la volontà o la
desisione, secondo Heidegger, ad un tempo, discende da un’emotività e
predispone ad essa, ma questa a sua volta non si attiva in una volontà
determinata, né in una presa di coscienza effettiva della sua
progettualità, bensì perviene ad una totalità estatica.
La aporia
kantiana tra dover essere ed essere, tra pretesa infinità della
conoscenza ed effettiva infinità empirica, su un altro piano, resta
ancora irrisolta, perché non si affronta il tema della relazione con
l’esteriorità e con la sua autonomia, per cui questa discrasia non può
che sfociare in una nuova metafisica, quella del progetto dell’essere,
però, così vago e indefinito da rappresentare una sovrastruttura
rispetto al mondo.
A questo grado di purezza dell’essere anche il
dire può manifestarsi in maniera originaria e contrapporsi alla
chiacchiera del “Si”.
Il “Si”, infatti, si appoggia ad una presunta
voce della coscienza che avrebbe carattere obbligante ed universale e
che giustificherebbe il costituirsi di una “coscienza pubblica”.
Rispetto a questa pretesa e a questa obbligatorietà assiomatica, la
“Cura” “deve tornare indietro a riprendersi dall’essersi-perduto nel
Si”, facendo comprendere all’Esserci la sua colpevolezza. Ciò che
riscatta da questa colpevolezza è la decisione[13].
Ma, in concreto, è possibile riscattare gli altri, riscattarsi con gli
altri o tramite gli altri, oppure ritrovarsi riscattato insieme ad
altri, anch’essi riscattatisi per proprio conto?
La risposta di
Heidegger a tal proposito non è sempre chiara. Escluso preliminarmente
che ci si possa risollevare tramite gli altri, dato che la decisione “è
sempre propria di un singolo Esserci”, ne dovrebbe conseguire che non è
possibile nemmeno riscattare gli altri, i quali dovrebbero seguire lo
stesso percorso individuale.
Eppure
Heidegger dice che “l’Esserci che ha già deciso” può divenire “la
coscienza” degli Altri”, e parla anche di un “aver cura degli Altri”.
In tal senso, la decisione non isola proprio per il suo carattere di
apertura. Ma più propriamente “l’avente cura degli Altri” è un
“con-essere”. Questo “con-essere” comporta da un lato il “divenire
libero per il proprio mondo”, dall’altro dà all’Esserci “la possibilità
di lasciar “essere” gli Altri che ci-sono-con nel loro poter-essere più
proprio”. “Altri”, i quali, a partire da questa loro irriducibilità,
potranno costituire il “con-aprire questo poter essere”, ma pur sempre
essendo “liberi per la propria Cura”.
Altrove, Heidegger aggiunge
che solo trascendendo “il tutto dell’ente” e allontanandoci da esso noi
potremo sentire le cose più prossime a noi.
La conquista della trascendenza ritrova, a
questo punto, un ritorno nella storia e nella temporalità dell’Esserci e
fa sì che ora si possa “rispondere all’appello della coesistenza”[14].
Ci si può ritrovare insieme non perché abbiamo preso tutti esattamente
la stessa particolare decisione, ma perché ci siamo orientati tutti
verso la trascendenza e verso la libertà, vale a dire abbiamo posto
tutti le stesse precondizioni progettuali.
Il “con-essere” di Heidegger ha questo significato e anche qui
indica una convivenza di per sé possibile in forza di un medesimo
atteggiamento verso il mondo.
Si presuppone così una ricaduta storica
automatica, conseguenziale e, per di più, condivisa da tutti coloro che
hanno raggiunto lo stesso grado di libertà e la stessa autenticità della
decisione. Perciò, si può essere al tempo stessi liberi per la propria
cura e con-essere con gli altri avendone cura; ci si cura
reciprocamente, non solo perché ci si rafforza reciprocamente, ma anche
perché tutti si propongono la stessa cura, pur facendolo a partire da
una decisione e da una cura propria. Per quelli che, invece, non
possiedono gli stessi mezzi, gli uomini autentici rappresenteranno “la
coscienza degli Altri”.
Heidegger, in definitiva, propone la
costituzione di un nucleo più rappresentativo e più qualificato che
agisca come in un processo di fusione nucleare, in cui i diversi atomi
fondendosi producono energia ma subito ritornano alla propria
individualità, per poi dare corso ad una nuova fusione, in una catena di
reazioni che si susseguono ormai inevitabilmente, ripetutamente,
invariabilmente.
La sua idiosincrasia, abbandonata provvisoriamente
durante il periodo nazista, per i concetti di popolo e di razza,
definiti dal semplice requisito della nazionalità o della stirpe,
emergerà con chiarezza più tardi, quando parlerà, a tal proposito, di
una sete di dominio e di egoismo, che, sotto i panni del popolo e della
razza, non nascondono altro che un “egoismo soggettivo” ed un
rafforzamento della “soggettività”[15].
Heidegger vuole individui che, liberamente
e singolarmente, si trascendano in una totalità comprendente sia
l’umanità che il mondo, non vuole soggetti, ed, in particolare, non
vuole soggetti che si distinguano dal mondo per poi assoggettarlo, nè
vuole soggetti sociali ed istituzionali che si sostituiscano
all’individuo o lo rappresentino. Infatti, solo l’angoscia e
l’inclusione nell’Esserci della “possibilità della morte” conducono ad
una decisione che supera tutte le altre e le trascende. Si tratta,
perciò, di una decisione individuale, in quanto già motivata
individualmente. Questo “autodecidersi libero” non può essere
determinato “anteriormente”, ma si apre alla “determinabilità”. E,
tuttavia, siamo ancora ad una precondizione, dato che, in pratica, “la
certezza del decidersi significa mantenersi libero per la propria
ripresa possibile e sempre necessaria in linea di fatto”[16].
Perciò, parlando della verità, Heidegger afferma che essa non può
essere “soggettiva”, se con ciò si designa “ciò che è nell’arbitrio del
soggetto”, ma assume solo carattere esistenziale. Solo perché l’Esserci
è si può scoprire la verità, ed essendo l’Esserci può ritrovare la
verità che si manifesta. In tal senso, “non siamo noi a presupporre la
‘verità’”, ma è questa, il suo esistere originario, che ci rende
possibile il fatto che noi la presupponiamo.
L’uomo, perciò, non può
pretendere di rappresentare la verità a priori, di possedere già in sé
gli a priori della verità; egli può “auto-presupporsi” solo nel senso di
assumere la decisione di aprirsi alla situazione, può presupporre solo
questa sua capacità[17].
Da qualsiasi punto di vista si affronti la
questione, l’impostazione e l’esito risultano sempre gli stessi: l’uomo
deve individualmente trascendersi per poter comprendere l’essere in
generale in modo pieno ed autentico.
La stessa comprensione non è di
carattere teoretico; non lo è né a livello esistenziale, né tanto meno
metafisico. Di conseguenza, anche il progetto non può che avere i
connotati della totalità e dell’immediatezza, di una totalità immediata.
Il “che cosa” di cui parla il “chi” consiste proprio in una totalità
estatica, sia essa situazionale o metafisica.
La “chiamata”, dice Heidegger, si rivolge
all’ “Esserci singolo”, e, come tale, non può risolversi in una
conoscenza “ideale e universale”. Tuttavia, anche in questa
determinatezza singolare, la chiamata “non afferma nulla, non dà alcuna
informazione sugli eventi mondani, non ha nulla da dire”. Ma per quanto
“non dia nulla”, essa non solo assume un carattere critico ma ha anche
un valore “positivo”; questo, però, nel senso che “apre il poter-essere
più originario dell’Esserci in quanto esser-colpevole”[18].
Solo armato di questa comprensione di se stesso, l’uomo può porsi
positivamente di fronte ad un mondo strutturato come totalità.
Altrimenti, il destino dell’individuo sarebbe segnato da una
incomprensione di sé dovuta all’immersione nel Si, la quale gli
oscurerebbe l’essere che si manifesta nella totalità dell’ente.
Come
si vede, comunque, l’individualità diventa Ipseità solo se si rapporta
ad una totalità; l’ipseità consiste nel decidersi di farlo. L’esserci è
una totalità e questa condizione, dice Heidegger, “risale a una
possibilità ontica dell’Esserci”, dato che in qualche modo traspare già
nella “quotidianetà”. Tra quotidianità ed esistenzialità, però, si
interpone un atto decisivo. La “decisione anticipatrice”, infatti
proviene dal “voler-aver-coscienza” della morte. Cosa deriva, a questo
punto, da tale atto decisivo? Heidegger non cessa mai di dirci che un
simile atteggiamento non implica “distacco” o “fuga dal mondo” e che
l’Esserci non può che vivere nella storia e nel tempo. Ma di questa
storia e di questo tempo ci fornisce solo le coordinate essenziali, per
così dire, “ideali”. Il loro compito consiste nel condurre
all’affrancamento dell’Esserci, portando ad una “decisione dell’
“agire”. L’uomo deve progettare la sua storia e nello stesso tempo deve
dimenticare la sua storia attuale, perché, di fronte alle “novità” della
chiacchiera del Si, l’Esserci sceglie di “poter-essere isolato”,
compiaciuto della sua “gioia imperturbabile”.
Heidegger, il filosofo che con più acume di
qualsiasi altro pensatore ha colto i tratti essenziali, le
contraddizioni e i temi fondamentali della nostra epoca, suggerisce
all’uomo di intuire soltanto le coordinate di massima della sua
condizione storica, senza perdersi e disperdersi in analisi e progetti
particolareggiati. L’uomo deve comprendere esclusivamente la totalità
della sua condizione e la totalità della sua decisione. Di fatti,
aprirsi al mondo per l’uomo significa “abbracciare” “oltre all’essere
dell’ente che esso stesso è... l’essere dell’ente scoperto dentro il
mondo, benché non tematicamente”.
Il progetto, quindi, richiede “un
esame”, ma questo avviene “per lo più inesplicatamente” ed il suo
contenuto consiste in un “autentico poter-essere-un-tutto”, perché
rinvia alla “totalità dell’insieme articolato delle strutture della Cura
nell’unità dell’articolazione” che ne risulta (ma risultata per chi? Per
tutti? Ne dubito). Perciò, Heidegger afferma che il progetto “non
comporta una comprensione precisa di ciò che è progettato”, ma si limita
a “procurarsi” “una raffigurazione (immagine) che, anche se non compresa
esplicitamente e dettagliatamente, funge da prefigurazione per il tutto
dell’ente rivelatesi”, di cui l’Esserci stesso in definitiva fa parte.
Il progetto per Heidegger può essere contestualmente trascendente e
storico, perché sia la trascendenza che la storia, secondo punti di
vista distinti, riguardano entrambi l’ente nella sua totalità[19].
La totalità, per Heidegger, ammette un’articolazione ma non una
dialettica, per questo i suoi momenti non possono essere colti
autonomamente, prima ancora che distintamente, e neanche possono essere
condotti ad una sintesi, che diventerebbe accessibile ad una conoscenza.
Al contrario, è possibile solo ad una raffigurazione schematica
immediatamente comprensibile. Totalità e mancata coscienza e/o
conoscenza si rinviano a vicenda.
E’ probabile che lo stesso filosofo tedesco
abbia colto la difficoltà della definizione del progetto così impostato,
oltre che della sua concreta realizzabilità. Infatti, riguardo a questo
ultimo aspetto, egli precisa che è problematica la stessa affermazione
di una prospettiva filosofica nel corso stesso della vita del pensatore
che l’ha sostenuta.
Ad una domanda non succede immediatamente una
risposta, per cui, per il momento, non resta che ascoltare la voce
dell’essere, divenendo la “guardia della verità dell’essere”. Bisogna,
perciò, entrare nell’ordine di idee che per “l’uomo storico” si
prospetti, relativamente alla pensabilità dell’essere, “l’assenza di
necessità come necessità”; condizione, d’altronde, “salutare”, in quanto
permette di “prende(re) con sé e reclude(re) la dimensione aperta del
sacro”[20].
A mio parere, questo approdo sacro è conseguenziale ed inevitabile
rispetto ad una impostazione che ha sempre tenuto di vista la totalità,
esistenzialmente articolata ma mai autonoma, e che sin dall’inizio ha
mirato ad una totalità assoluta ed indistinta. Nessuna filosofia può
sfuggire ad un esito sacrale finchè si costruisce in funzione di una
metafisica che non abbia effettiva presa sulla storia.
Heidegger
temeva che un’oggettivazione aprioristica delle cose finisse con
l’oggettivizzare anche l’uomo; eppure, anche lui è finito col cadere in
una nuova oggettivazione dell’uomo, non nello Spirito di un popolo o
dello Stato, come voleva Hegel, ma nell’unità dell’essere in generale.
Incidentalmente, si può notare come, su un altro piano, anche lo
strutturalismo prospetta una unificazione dell’essere e parla, come
l’esistenzialismo di Heidegger, di una raffigurazione, ma questa, in
quanto legata al desiderio inconscio, si ricollega ad un immaginario,
che è in qualche modo rappresentabile.
La novità introdotta da questo movimento
filosofico risiede nel ruolo privilegiato da essa assegnato all’uomo.
Questi ha in sé potremmo dire degli a priori, vale a dire la capacità di
rappresentare in trascendenza l’unità dell’essere (innanzi tutto nel
rapporto immediato tra l’Altro e la madre), così come possiede i
processi necessari per concatenare automaticamente i diversi
significanti.
Per quanto riguarda l’articolazione dell’ente, questa,
pur riconosciuta, resta alienante fino a che l’individuo non abbia,
attraverso il desiderio inconscio, riunificato il proprio corpo e
superato l’insufficienza della prematurazione specifica della nascita.
Solo un individuo completato può ritornare sulla molteplicità dell’ente
e riunificarlo sotto l’egida di un desiderio, di per sé proiettato verso
l’alterità e di per sé unitario.
Allo stesso modo, il desiderio può
stringere in un patto di alleanza il singolo agli altri. Al desiderio,
quindi, risale questo potere di riunificazione di se stessi e del mondo,
inteso come natura e come società.
Ma, così, lo strutturalismo,
rispetto all’esistenzialismo, registra una novità rilevante, dato che è
l’unità antropologica e sociale dell’uomo che ricompone in una unità più
ampia anche la natura. Il passaggio dalla metafisica (questa unità
progettata anticipatamente), alla storia per lo strutturalismo si
realizza “effettivamente” nella rappresentazione simbolica operata dal
desiderio inconscio.
A mio parere, però, difficilmente, si può
sostenere che la rappresentazione simbolica inveri di sé immediatamente
e automaticamente la storia del mondo. Per lo strutturalismo, come per
l’esistenzialismo, resta, dunque, inevasa l’esigenza della presa d’atto
della complessità dell’uomo e della storia, e, perciò, si avversa
l’unità conquistata storicamente, attraverso una sintesi
dialettica.
NOTE
[2] M. Heidegger:
Nietzsche, cit.; pp. 731-735.
[3] M. Heidegger:
Essere e tempo, cit. Le citazioni sono tratte, nell’ordine, dalle
seguenti pp.: 637, 675. 139.
[4] M. Heidegger: Che
cos’è la metafisica?, Firenze 1995; p. 75.
[5] Per
il riferimento alla “colpa” si veda: Essere e tempo, cit.; p.
425; mentre per la concezione dell’ente come “nulla” si veda:
Sentieri interrotti, Firenze 1984; p. 101.
[6]
M. Heidegger, Essere e tempo, cit.; pp. 400, 633-641, 677.
[7] Ivi; p. 636.
[8] Ivi; pp. 414, 665.
[9] Per quanto riguarda il riferimento al rapporto
Se-stesso/si-stesso, si veda: Essere e tempo, cit.; pp. 287-288.
Sullo stesso argomento, altrove, Heidegger afferma che “la chiamata al
Se-stesso ignora il Si” (ivi, p. 407) e che tale richiamo contesta “al
Si il suo predominio” (ivi, p. 414). Il riferimento al ruolo
dell’angoscia è tratto dalla stessa opera (si veda: p. 288).
[10] Per questo argomento si veda: Che cos’è la
metafisica, cit.; p. 77, e: Essere e tempo, cit.; p. 636.
[11] Per il tema della colpa e del “voler aver coscienza” si
veda: Essere e tempo, cit., pp. 417 e 427. Per il rapporto tra
volontà e libertà si veda: Essere e tempo, cit.; pp. 666-667.
[12] Per questi argomenti si veda: Essere e
tempo, cit.; pp. 440-444. [13] Ivi; pp. 414 e 425.
[14] Per le questioni relative alla decisione del
singolo che apre al “con-essere” si veda: Essere e tempo, cit.;
pp. 439-440. Per i rapporti tra trascendenza e storia si veda:
ibidem; pp. 677-678.
[15] M. Heidegger,
Sentieri interrotti, cit., pp. 96-97.
[16] M.
Heidegger, Essere e tempo; pp. 438 e 452.
[17]
Ivi; pp. 343-346.
[18] Ivi; pp. 417, 407, 427.
[19] Per il tema delle possibilità offerte dalla
quotidianità e dalla conseguente decisione si veda: Essere e
tempo, cit., pp. 454-455. Per il tipo di esame richiesto in ordine
al progetto si veda: ivi, p. 473. Per la raffigurazione progettuale si
veda: ivi, p. 661.
[20] M. Heidegger,
Nietzsche, cit.; pp. 398, 562, 858.
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